Lavorare oggi non è come vent’anni fa. È cambiato tutto: i contratti, le competenze richieste, il modo di cercare lavoro, perfino la percezione del tempo e della stabilità. In questo scenario così fluido, una domanda continua però a tornare, sottile e insistente: serve ancora il diploma?
Molti rispondono d’istinto. Chi dice “ormai conta solo l’esperienza”, chi replica che “senza titoli non vai da nessuna parte”. In realtà, entrambe le affermazioni sono incomplete, perché il mondo del lavoro è pieno di eccezioni. E la verità, come spesso accade, vive nelle sfumature.
Ci sono settori dove il diploma è ancora un requisito insormontabile. E altri, invece, in cui si può emergere grazie a percorsi alternativi, competenze digitali, abilità comunicative o spirito imprenditoriale. Ma tra il bianco e il nero, c’è una zona grigia che vale la pena raccontare.
Quando il diploma fa ancora la differenza
Molte aziende, soprattutto nei settori pubblici o in ambito tecnico-amministrativo, non possono prescindere da un titolo di studio. Non si tratta di una questione ideologica, ma burocratica: bandi, assunzioni, promozioni e percorsi formativi prevedono requisiti minimi obbligatori, tra cui spesso figura proprio il diploma.
Anche nel privato, dove in teoria la selezione è più libera, il diploma resta un filtro iniziale. Nei curriculum, nella selezione automatica, nelle piattaforme di recruiting, l’assenza di un titolo può rappresentare un ostacolo, anche se la persona ha esperienza.
Questo però non significa che il diploma, da solo, basti. Anzi. In un mercato competitivo, dove le soft skill contano quanto le hard skill, il diploma è sempre più una base da cui partire, non un traguardo che garantisce l’arrivo.
La sua funzione non è più solo certificativa, ma simbolica: rappresenta la capacità di portare a termine un percorso, la tenacia di raggiungere un obiettivo, l’impegno di costruire una base solida su cui poi aggiornarsi costantemente.
E quando, invece, non basta o non serve?
Pensiamo ai settori creativi, digitali, manuali o artigianali. Qui il titolo formale spesso passa in secondo piano. Contano portfolio, risultati, reputazione, e soprattutto la capacità di adattarsi e imparare.
Un videomaker può lavorare senza diploma. Un artigiano, un social media manager, un copywriter o un web developer autodidatta possono costruire carriere brillanti senza alcun titolo ufficiale. È la dimostrazione che la competenza reale non sempre coincide con quella certificata.
Ma attenzione: anche in questi casi, il diploma può tornare utile più avanti. Magari per accedere a corsi post-diploma, per cambiare lavoro, per ottenere un visto all’estero, o per partecipare a un concorso.
In altre parole, il diploma può non servire subito, ma diventa un’opzione aperta. Un’assicurazione sul futuro, un lasciapassare da attivare quando il momento giusto arriva.
Il valore simbolico di un titolo
Chi ha lasciato la scuola prima del diploma spesso porta con sé un senso sottile di incompletezza. Nonostante abbia lavorato, si sia costruito una vita, e abbia acquisito valore sul campo, sente che manca qualcosa. Una casella da spuntare, anche solo per sé stesso.
E in effetti, ottenere un diploma da adulti è un gesto che va oltre il foglio timbrato. È un modo per riconciliarsi con il proprio percorso, per riscrivere una pagina rimasta in sospeso, per dimostrare che il tempo non scade mai davvero.
Oggi esistono strumenti più flessibili per farlo. Senza lasciare il lavoro, senza rinunciare alla vita familiare, senza entrare in aule fisiche se non si può o non si vuole. Ed è qui che realtà come Isu Veneto stanno costruendo un’alternativa concreta, offrendo soluzioni modulari pensate per chi ha bisogno di conciliare studio e vita adulta.
In questi percorsi, diplomarsi non è solo una formalità, ma una riscoperta di sé. Una scelta fatta con consapevolezza, non per dovere ma per desiderio.
Oltre il titolo: l’accesso alla possibilità
Forse la domanda più interessante non è se il diploma serva ancora per lavorare, ma quali possibilità apre.
Per alcuni sarà un trampolino verso l’università. Per altri un modo per accedere a un concorso, cambiare posizione, ottenere un aumento, sentirsi all’altezza in contesti nuovi. Per altri ancora, sarà il primo passo per rientrare nel sistema formativo, dopo anni di assenza.
Ma c’è un aspetto meno visibile e più profondo: il diploma, per chi lo conquista in età adulta, è un atto di libertà. Significa scegliere di crescere non perché si deve, ma perché si può. Non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per rimettere ordine dentro.
E se oggi l’accesso al sapere è più democratico, se le tecnologie permettono di studiare da qualsiasi luogo, la vera barriera non è più l’anagrafe, ma la motivazione.



